Un importante passo in avanti verso il pieno riconoscimento di altre confessioni religiose è stato fatto il 13 maggio, da parte del Consiglio dei ministri, con la firma di sei intese. Le confessioni religiose, alcune delle quali da venti anni avevano chiesto l’applicazione dell’art. 8 della costituzione, sono la Chiesa Apostolica in Italia, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (mormoni), la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova, l’Unione buddista italiana e l’Unione induista italiana. Ora i disegni di legge che recepiscono queste intese dovranno intraprendere l’iter parlamentare di Camera e Senato per essere trasformati in leggi dello Stato. Quando ciò si verificherà, sarà raddoppiato il numero delle intese esistenti. Il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia così si è espresso in proposito: “Un bel segnale anche il fatto che con questi provvedimenti si uscirebbe dalle confessioni religiose giudaico-cristiane per consentire finalmente anche a religioni orientali, attivamente presenti nel paese, di avere un adeguato riconoscimento”.
Benché consapevoli che la strada per arrivare alla concretizzazione delle suddette leggi sia irta di problemi, non possiamo non sperare in un iter veloce affinché si faccia un passo in avanti sulla strada del pluralismo in Italia e su una maggiore affermazione della laicità dello Stato. Ci auguriamo che non intervengano ostacoli che ritardino o rendano vano questo processo. La libertà degli altri riguarda tutti, credenti in qualunque fede religiosa e non credenti. Il nostro pensiero va anche a quelle confessioni che non possono ancora accedere alle intese ma che hanno diritto a godere degli stessi diritti. Ci auguriamo che questo tema sia affrontato in maniera adeguata dalle autorità affinché si arrivi al superamento della legge sui culti ammessi.

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Comprensione per il sentimento che spinge numerosi credenti a chiedere di inserire la domenica nella prossima legislazione europea sul riposo settimanale dei lavoratori, ma anche preoccupazione perché un diritto della maggioranza non diventi un dovere imposto alla minoranza. Questo è il senso di un centinaio di lettere inviate ieri, 28 aprile, dal Dipartimento della Libertà Religiosa dell’Unione italiana delle chiese avventiste agli eurodeputati italiani e ad altri responsabili di organismi che si fanno portavoce delle istanze di questi credenti.
Il problema sorge perché, essendo scaduta la direttiva europea 93/104 sul riposo settimanale dei lavoratori, nei prossimi mesi bisognerà rinnovarla. In vista di ciò, una settantina di organismi cattolici e protestanti, esponenti di sindacati e altri si sono mobilitati e hanno lanciato un Appello dal titolo: “Mobilitazione per una domenica libera dal lavoro”. Gli argomenti che portano, per raggiungere lo scopo, sono la salute dei lavoratori, la riconciliazione della vita lavorativa e di quella familiare, oltre che i benefici che se ne avranno nella vita della società perché serve a rafforzare la coesione sociale.
La Chiesa cristiana avventista del 7° giorno, pur apprezzando le motivazioni che spingono le suddette realtà a battersi in questa direzione, teme che una formulazione troppo categorica della direttiva possa non lasciare margini per le minoranze che osservano giorni diversi. Infatti, sia gli avventisti sia gli ebrei, minoranze nei paesi dell’Unione Europea, riconoscono come giorno sacro di riposo il sabato. Di questa tematica si era già occupata la Convenzione internazionale sul lavoro n. 106 del 1956 concernente il riposo settimanale nel commercio e negli uffici che, nel suo articolo 6, pur riconoscendo come giorno di riposo settimanale quello accettato dalla tradizione o dagli usi dei paesi o della regione, afferma che le tradizioni e gli usi delle minoranze religiose saranno rispettate in tutta la misura del possibile. Se ne era anche occupata la Dichiarazione sull’eliminazione di tutte le forme d’intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o la convinzione del 1981 che, all’articolo 6, specifica tra i vari diritti la “libertà di osservare i giorni di riposo e di celebrare le feste e le cerimonie secondo i precetti della propria religione o credo”.
Gli avventisti, dunque, nella lettera che presenta le loro preoccupazioni, chiedono una formulazione
che contenga una frase simile a quella utilizzata dall’Italia nell’art. 9 (comma 4) del Decreto Legislativo 8 aprile 2003 n. 66 che applicava la precedente direttiva europea: “Sono fatte salve le disposizioni speciali che consentono la fruizione del riposo settimanale in giorno diverso dalla domenica”. La Chiesa avventista, nel nostro Paese, in base al dettato costituzionale, ha stipulato con lo Stato un’Intesa trasformata nella legge 516/88, il cui articolo 17 garantisce il riposo sabbatico in ogni settore lavorativo e scolastico.

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Senza la libertà di espressione religiosa, nessuna discussione sulle domande fondamentali della vita – Qual è il senso della vita? Quali sono i miei diritti e i miei doveri? – è completa, ha affermato un membro del Congresso americano.
“È mia speranza che il ‘mercato delle idee’ dia sempre spazio alla fede e alla religione, non per dominare, non per controllare, ma per avere un posto a tavola”, ha affermato J. Randy Forbes, rifacendosi a una frase della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti sul Primo Emendamento. Forbes ha parlato all’ottava Cena annuale della Libertà religiosa, tenutasi a Washington D.C., il 13 aprile, e ha ricordato ai presenti che il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che garantisce la libertà religiosa, non è mai stato inteso per ostacolare la discussione religiosa o gli input delle comunità di fede. “Piuttosto, è stato visto come regolatore per mantenere aperta la discussione in modo che le idee di fede e libertà potessero emergere”, ha precisato.
Forbes è un rappresentante repubblicano della Virginia, che ha fondato il Congressional Prayer Caucus di cui è l’attuale presidente. All’evento annuale, organizzato dalla North American Religious Liberty Association, dalla rivista Liberty e dalla Chiesa avventista del 7° giorno, erano presenti centinaia di sostenitori della libertà, per ricordare i miglioramenti della libertà religiosa e i rapporti stabiliti con i legislatori e le altre figure politiche in vari paesi. Tra gli oratori degli anni passati sono da ricordare il Segretario di Stato Hillary Clinton, quando era senatore della stato di New York, e i senatori John Kerry e John McCain. Alcune personalità hanno ricevuto dei riconoscimenti. Dave Hunt, portavoce della Camera dei Rappresentanti dello stato dell’Oregon, è stato insignito del Premio nazionale della Cena della libertà religiosa per aver promosso l’approvazione del Workplace Religious Freedom Act in Oregon. Nel suo intervento, Hunt ha espresso la speranza che questa legge incoraggi altri stati, e alla fine il governo federale, ad approvare misure simili. Gregory W. Hamilton, presidente della Northwest Religious Liberty Association, ha ricevuto la A.T. Jones Medal, per il 2010, non solo per aver contribuito all’approvazione del Workplace Religious Freedom Act, in Oregon, ma anche per aver annullato il divieto del 1923 di indossare abbigliamenti religiosi nelle scuole dello stato. Samuel Ericsson, presidente fondatore e direttore generale di Advocates International, una rete di avvocati e giudici che si occupano dei problemi inerenti la libertà religiosa, ha ricevuto il Premio internazionale. Dopo aver accettato il riconoscimento, Ericsson ha invitato i presenti a non lasciare al caso le questioni della libertà religiosa, ma di prendere l’iniziativa, di essere disponibili, dimostrare entusiasmo e investire tempo e talenti. Per visualizzare le foto dell’ottava Cena annuale della libertà religiosa cliccare qui.

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