Archivio della Categoria 'Sermoni'

26 dic 2006


Sabato 16 dicembre sono stati i piu’ piccoli della nostra comunità a presentarci un culto speciale. Tizzoni, esploratori e piccolissimi ci hanno parlato della nascita di Gesu’ quale esempio di umiltà:

Gesù nacque in una stalla. Non nacque nella casa di un sacerdote, di un ricco, o nel palazzo di un re.
Il Re dei Re, il Signore dei Signori, il Creatore dell’Universo scelse come posto per nascere una mangiatoia. Dio scelse questo posto per insegnarci l’umiltà. Si fece l’ultimo degli ultimi perché anche gli ultimi di ogni epoca e di ogni luogo potessero immedesimarsi con Lui. Potessero sentirsi capiti. L’umiltà insieme all’amore sono le due caratteristiche indispensabili per capire Dio e avvicinarsi a Lui. L’umiltà ci fa sentire di non avere in noi tutte le forze per affrontare le grandi sfide che la vita ci pone e quindi ci porta a Cristo per ricevere da Lui forza, conoscenza, saggezza per guidare la nostra vita, dare un senso alle nostre scelte. L’intera vita di Gesù fu una scuola di umiltà. L’apostolo Paolo infatti ci consiglia di prendere come esempio di umiltà proprio Gesù Cristo. Egli scrive nella sua epistola
“Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” (Filippesi 2:2-8).

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Di seguito proponiamo il culto di Sabato 25 novembre.



Gli evangeli ci riportano l’incontro tra Gesù ed un giovane molto ricco. Di quest’uomo non viene detto il nome. Entrambi gli evangeli lo presentano come un tale. Di lui si danno solo informazioni sulla sua identità sociale, economica e politica, ma non la sua identità personale. Se ne presenta il ruolo, ma non il suo nome. Egli è un giovane venuto dal nulla, dalla folla e si perde nella folla e nel nulla della storia.

E’ molto diverso il suo caso da due altri ricchi che hanno incontrato Gesù: Matteo, divenuto poi suo discepolo e Zaccheo. Queste persone hanno accettato l’invito del Maestro di lasciare ogni cosa e seguirlo, e di loro, infatti, sono rimasti nella storia del cristianesimo i nomi. Anche quel giovane che se avesse seguito Gesù, avrebbe acquistato una sua identità personale e forse storica, rimane invece una figura anonima.
Questo vicenda ci dà un grande insegnamento: è nel seguir il Cristo che noi acquisiamo una nostra identità ben definita e durevole nel tempo e nella storia, perché entriamo nella memoria di Dio.

Come scrive il profeta Malachia:
“…Dio è stato attento ed ha ascoltato; e un libro è stato scritto davanti a lui, per conservare il ricordo di quelli che temono l’Eterno e rispettano il Suo nome”
(Mal. 3:16).

Past. Giuseppe Castro

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Proponiamo di seguito il riassunto del sermone di Sabato 2 Dicembre.


Ricòrdati della parola che ordinasti al tuo servo Mosè di pronunziare: “Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, anche se sarete dispersi negli estremi confini del mondo, io di là vi raccoglierò e vi ricondurrò al luogo che ho scelto per farne la dimora del mio nome.
Nehemia 1:8-9
Nehemia è stato un uomo di Dio vissuto circa 2.500 anni fa. Sapete qual è l’utilità di esaminare la vita e l’esperienza di un uomo vissuto così tanti anni fa ? E’ semplice: i pensieri, i sentimenti, le ambizioni, i conflitti, gli amori e gli odi degli uomini sono gli stessi da che l’uomo esiste. Esaminare le esperienze dei nostri predecessori è fondamentale per non farci trovare impreparati quando dovremo affrontare esperienze e situazioni simili. La vita di grandi uomini e donne di Dio ci aprono gli occhi per aiutarci a vedere meglio la realtà che ci circonda.

Diversi sono gli spunti di riflessione che Dio ci offre tramite l’esperienza di Nehemia. Nehemia è un coppiere, giudeo, che serviva alla corte del Re Artaserse. Viveva nella residenza reale e nulla gli mancava. Dio si serve di Nehemia per ricostruire le mura di Gerusalemme che erano state distrutte dall’invasione babilonese. Nehemia rappresenta per noi oggi un esempio. Non è un sacerdote, è un laico, al quale non manca esperienza e formazione da mettere al servizio dell’opera di Dio. Le difficoltà che incontra non lo scoraggiano e quando assume la carica di governatore nel paese di Giuda è un esempio di leader cristiano. In un momento di crisi economica e povertà del popolo a causa della deportazione, Nehemia è il primo a rinunciare ai propri benefici di governatore per mettersi al servizio del popolo che governa.

Oggi le nostre Chiese hanno bisogno di pastori e laici che non cercano il proprio interesse, ma che come Esdra, il sacerdote che ha riscostruito il tempio di Gerusalemme, e Nehemia sono disposti a essere dei leader mettendosi al servizio delle comunità.

C. Schino
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È stato detto che si può vivere settimane senza cibo, per dei giorni senza acqua, per dei secondi senza aria, ma nemmeno un attimo senza speranza. Un proverbio popolare ci dice che : “La speranza è l’ultima a morire”. È proprio vero. Perché quando finisce la speranza, finisce la vita.
A volte alcune amare esperienze, come un lutto, una malattia, grossi problemi economici, ci portano a perdere la speranza o addirittura a cadere nella disperazione. Perché si vede tutto buio, inutile e senza via di uscita.
Altre volte si perde la speranza perché non si ha un senso nella vita, un fine per cui vivere, o perché si vive solo per fini materiali.

Come scriveva Paolo nella sua Epistola ai Corinti:

“Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho?” (1 Corinzi 15:32).
O come pensava Albert Camus, nel suo libro, Il mito di Sisifo: “Se Dio non esiste, l’esistenza umana, con tutti i suoi problemi, dolori, perplessità e assurdità, rimane tutto ciò che abbiamo e siamo, e quindi non ci resta che concludere: la vita è insignificante”.
Secondo l’apostolo Paolo l’esistenza riacquista un nuovo senso per il credente che per fede vede dopo la morte, e poi la risurrezione, una nuova vita, eterna.
La speranza, che lo porta a non vivere solo per fini umani, materiali ed egoistici, ma ad aprirsi agli altri e al mondo, si riaccende e acquista maggiore importanza.
La Bibbia ci dice che l’uomo non è solo su questa terra nel gestire le sue sofferenze e i suoi lutti. Anzi, soprattutto nei momenti di angoscia e disperazione c’è un Dio che lo va a cercare, come fece con Adamo ed Eva, per ridargli speranza e nuove opportunità.

Past. Giuseppe Castro
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Proponiamo di seguito il riassunto del sermone di Sabato 4 Novembre.


Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
1 Corinzi 15:51-53

In questi giorni in cui si fa sentire sempre più il bisogno di esorcizzare le proprie paure sull’ineluttabilità della morte, urge trasmettere il messaggio che ci é stato affidato.
Dobbiamo richiamare il mondo a guardare più su, a canalizzare la propia relazione verso Dio Padre, tramite Gesù, nostra fonte di Vita. Dobbiamo contrastare, con l’aiuto dello Spirito Santo, il lavoro falsamente illusorio di Satana che porta uomini e donne a credere nell’immortalità dell’anima, nella falsa credenza della perenne presenza delle anime dei cari estinti.
Dio, tramite il sacrificio del Suo Unigenito Gesù Cristo che ci ha riscattati dalla morte vincendola, ci ridarà la Vita Eterna, perduta nell’Eden.
Il messaggio divino, tramite i Profeti ed i figli di Dio é: comunicare la gioiosa promessa, portare avanti la Verità per sopprimere la menzogna
Non ci sono riti particolari, illusori e menzogneri che ci possono far acquistare immortalità, ma una preparazione intima, sulle orme di Cristo, che farà sì che i morti risuscitino e che i vivi siano pronti per la traslazione e la Vita Eterna, al momento opportuno e indicato da Dio stesso.

A. Guzzardi
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Nel Nuovo Testamento gli anziani (presbuteros) sono associati ai capi dei sacerdoti (Mat. 21:23), e agli scribi (Mat. 16:21) o allo stesso Sinedrio (Mat 26:59), sempre attivi nella direzione e conduzione degli affari pubblici.
Nella chiesa apostolica, gli anziani (in greco presbuteros) o vescovi (episkopos) cominciarono ad assumere particolare ruolo ed importanza in seguito alla grande persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme, che portò alla dispersione dei credenti (At. 8:1).
Gli anziani della chiesa apostolica erano le guide e i responsabili del gregge (Tito 1:5; Eb 13:7; 1 Te 5:12).

L’apostolo Pietro stesso si definisce un anziano con gli anziani (1 Pi 5:1-3):

Esorto dunque gli anziani che sono tra di voi, io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo e che sarò pure partecipe della gloria che deve essere manifestata.

Significato della consacrazione

Le persone scelte per il ministero di anziano e di diacono venivano consacrate tramite il rito dell’imposizione delle mani.

Dal testo di Atti 13:2-3:

Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato, pregato e imposto loro le mani, li lasciarono partire.

Si nota che la consacrazione di un Anziano o di un diacono è un riconoscimento pubblico da parte della comunità, infatti essa esprime:
  1. La chiamata divina della persona a quel specifico ministero
  2. Abilitazione di questa persona da parte di Dio per questo ministero con l’aver provveduto ai doni spirituali.
  3. Riconoscimento della congregazione e approvazione della chiamata divina.

Inoltre con la consacrazione non si acquisiscono poteri magici, ma essa è l’accettazione personale e pubblica da parte del consacrato delle sue responsabilità e del suo impegno di fronte a Dio, prima di tutto, e poi di fronte alla comunità.

Past. Giuseppe Castro
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