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Urla di terrore svegliano di notte, improvvisamente, il piccolo paese della Brianza. Un vecchio caseggiato è in fiamme e serra nella morsa di fuoco una madre con i cinque suoi bambini. Gli altri inquilini dei piani inferiori si sono già messi in salvo, ma lei con i piccoli no.
Attimi di trepidazione e sgomento per coloro che dal di fuori restano impotenti; paura e disperazione per la povera madre che si stringe al petto le sue creature. Grida, implora aiuto, tenta ripetutamente di scendere per le scale, ma le fiamme e il fumo la fermano sempre. Il tetto! ….niente da fare, purtroppo non si può salire in soffitta. E le fiamme, intanto, si avvicinano sempre di più, lambendo le poche cose rimaste; il calore diviene insopportabile e il fumo soffocante. Cadono le prime mura… i bambini, dei quali il maggiore ha solo otto anni, le si stringono sempre di più gridando come folli.
Tra poco tutto crollerà e lei… . e i suoi piccoli?
Ora si ricorda che la distanza da una finestra dell’appartamento a quella di una casa di fronte non è grande, tutt’altro! Solo un vecchio e stretto vicolo separa i due palazzi.
Qualcosa come una asse potrebbe bastare.., una scala ci vorrebbe! Ma dove trovarla?
E se il soffitto in fiamme precipitasse su di loro ? Allora, Vera Marchetti — questo è il suo nome- si ritrae paurosamente sino in fondo all’andito. La povera donna ha un sussulto, una decisione estrema. Si avvicina alla finestra, vi sale sopra e alzando le braccia si lascia cadere in avanti, afferrandosi con le mani al davanzale di pietra della finestra del palazzo di fronte.
Con il suo corpo ha formato un ponte umano.
Terribile sofferenza la sua, perché conscia di quanto sta facendo. Ma poteva misurare l’entità del suo sacrificio in quegli attimi di pericolo per i suoi bambini?
Su di essa, ecco si, passeranno! Uno ad uno, uno dopo l’altro, tutti saranno salvi.
Non c’è rimpianto, il suo sacrificio è vita! Chiama Mario e lo invita a passare carponi su lei, poi Carlo, poi Teresa, poi Pietro rimane la più piccola, di due anni, Rosa.
Riuscirà?
La piccola piange, urla. Le fiamme le sfiorano il vestitino e il corpo, il fumo le acceca i piccoli occhi impauriti. “mamma… .marnma…” grida! Ma la mamma non può aiutarla, irrigidita spasmodicamente, com’è, distesa tra una fmestra e l’altra. La chiama però, la supplica, la incoraggia: “Su Rosa. . . su amore, su sali, non temere ci sono io… fai come i tuoi fratellini…”
Rosa sale sul davanzale, mette il primo piede. . . poi tutti a due su quello strano ponte umano.
Le fiamme illuminano tragicamente questa scena. Ora la bimba impaurita piange, brancola, incespica…. Improvvisamente si ferma: “mamma. . . .mamma!” grida.
Le forze, alla povera madre, vengono meno. Lo sente che non potrà più resistere a lungo. Cadrà! E la piccola? Allora con uno sforzo sovrumano e supremo l’eroica mamma riesce a togliere una mano dall’orlo della finestra, rimanendo aggrappata solo con l’altra.., poi afferra per i vestiti Rosa e con tutte le sue forze, le ultime, la scaglia dentro la fmestra, ove sono in salvo gli altri suoi bambini, poi.. . .precipita nel vuoto.
Meraviglioso amore, soffuso di commovente bellezza.
Per certo l’amore più potente, tra noi, è quello della mamma. Per la propria creatura sa compiere l’estremo sacrificio, frutto, ora, di uno slancio cieco e istintivo, ora risultato di un calcolo freddo e cosciente.
Eppure, neanche l’amore materno può darci un’idea dell’unico, incondizionatamente più grande e più sublime, quello di Dio!
In un piccolo centro della Palestina, oltre due decine di secoli fa, mentre Roma celebrava i “Ludi Seculares” in onore di Augusto, vincitore dei Dalmati e dei Sicambri — Gesù di Nazareth annunciava una strabiliante notizia: “… Iddio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Evang. Di San Giovanni 3.16).
Dio ci ama, quindi “ha dato”. Ci ama quanto il proprio Figlio!
Par cosa troppo bella per essere vera. Ma lo è. Con il suo sacrificio su l’ignominioso legno, Cristo ha gettato un “ponte umano” sull’abisso scavato dai nostri peccati.
Volontariamente “… è stato ferito per i nostri misfatti, fiaccato per le nostre iniquità; il castigo della nostra pace è stato sopra di lui; e per i suoi lividori noi abbiamo ricevuto la guarigione” (Isaia 53:5). Sopra di Lui è ricaduta la terribile punizione dei nostri falli.
Oggigiorno, nell’età dell’egoismo e della bassezza, l’umanità nostra, neurotica, cinica e depressa, ha dimenticato questo Amore. Una folla innumerevole di uomini e donne, nelle trincee di guerra o in luoghi di divertimento, nei monasteri o per le vie del mondo, sembra scordarsi di esser salvata dal Sangue di Cristo. Sembra aver dimenticato che la Croce innalzata sul Golgota è la più eloquente manifestazione dell’ amore Divino.
In questo universale smarrimento noi, deboli di spirito, idioti morali, impoltroniti e imporriti nella nostra nera coscienza, non sappiamo neppure afferrare quella mano che da millenni si protende dal cielo. Quella mano martoriata e paziente, che sfiora le nostre fronti abbrutite da malvagie passioni e ci invita ad accettare la Sua Redenzione. Ci invita, noi ingrati, a saper vedere e comprendere il gran fatto della salvezza.
Invero, il pericolo che un po’ tutti corriamo è questo: occuparci di ciò che il mondo fa, e non preoccuparci di quello che per noi ha fatto Gesù. Perché noi non siamo “stati riscattati con cose corruttibili, come l’oro e l’argento, ma col prezioso sangue di Cristo, agnello senza difetto né macchia” (I Epist. di San Pietro 1:18-19,).
Si è vero: “Iddio mostra la grandezza dei proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5:8).
E’ morto non tanto e non solo per i suoi amici, quanto per i suoi nemici. Non solo per coloro che in Lui hanno creduto, ma soprattutto per quelli che dubbi e tentazioni consumano.
E’ morto per quelli che lo hanno difeso, ma anche per chi lo ha offeso. E’ morto soprattutto rispondendo col perdono e con l’accettare gli spasimi di una morte infame e atroce, che tu ed io, che noi tutti avremmo dovuto subire.
Non vuoi anche tu, come i figli dell’eroica madre, esserGli riconoscente ? Non vuoi accettare la Sua salvezza, il Suo perdono, il Suo sacrificio?
Ricordati, Egli ci ha amati oltre l’amore.
Anno millecinquecento avanti Cristo, circa. La notte era scesa sul paese d’Egitto, ma questa non era una notte comune: nella regione di Gosen nessuno si apprestava a dormire: c’era un’aria di cospirazione.
Cosa facevano tutti quegli uomini attorno alle porte delle case?
Stavano tingendo gli stipiti di casa !
L’ordine era stato dato pochi giorni prima ed era passato da bocca a bocca. Questa volta Dio avrebbe liberato il suo popolo! Già nove piaghe erano venute a seminare distruzione e rovina in Egitto; ma invano. Faraone non cedeva, non voleva piegarsi agli ordini di Dio… Questa volta però si sarebbe piegato.
Ogni famiglia doveva tener pronti i suoi bagagli, ognuno doveva indossare le vesti da viaggio, e, in piedi, attorno al tavolo, dovevano tutti mangiare in fretta una parte dell’agnello che era stato ucciso.
Perché quella notte era “La Pasqua” (il passaggio) dell’Angelo dell’Eterno: egli veniva a colpire ogni primogenito nel paese d’Egitto. Solo sarebbero state risparmiate quelle famiglie poste sotto la protezione del sangue dell’agnello. Con quanta cura ogni padre di famiglia guardava gli stipiti della porta di casa! Con quale timore si accertava che fosse ben visibile il sangue! Attorno al focolare, con attenta circospezione, la madre preparava l’ultimo pasto, l’agnello, di cui si era ordinato: “non ne rompete alcun osso”.
La mezzanotte venne: un grido di terrore in tutto l’Egitto echeggiò di città in città, di villaggio in villaggio: era “la Pasqua”, l’Angelo dell’Eterno “passava” e colpiva a morte ogni primogenito in quelle case dove non c’era il sangue salvatore sugli stipiti della porta; e in quella stessa notte Faraone ordinò al popolo d’Israele di partire, come l’Eterno gli aveva comandato.
Così nacque la prima pasqua, festa ebraica, di cui il Signore disse: “Quel giorno vi sarà per una ricordanza e voi lo celebrerete per festa solenne al Signore… per le vostre età” (Esodo 12:14)
A chi ha una certa dimestichezza con la Sacra Bibbia, sarà facile comprendere il significato intimo di quella cerimonia. Già Abele secondogenito di Adamo, offriva al signore degli agnelli per la morte dei quali l’uomo avrebbe avuto il perdono dei suoi peccati.
Il sacrificio voleva insegnare quanto sia grave il peccato: “Il salario del peccato è la morte”; ma questa morte, l’agnello innocente la prendeva su di sè ed in cambio donava la sua vita al peccatore: “…Ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù” (Romani 6:23).
Quando Giovanni, il Battista, vide che Gesù veniva verso di lui disse: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo”.
Tutta la Bibbia ne aveva parlato e, fra i profeti, Isaia (752 a.C.) aveva detto di lui: “Egli è stato menato all’uccisione come un Agnello; …egli ha portato i nostri languori, si è caricato delle nostre doglie ;… egli è stato ferito per i nostri misfatti e fiaccato per le nostre iniquità; …il castigo della nostra pace è stato su di lui e per i suoi lividori noi abbiamo avuto guarigione” (Isaia 53).
Gesù era consapevole della Sua missione. Ogni volta che, coi suoi discepoli si riuniva per la cerimonia pasquale, vedeva in quell’agnello rappresentata la Sua morte. Infine, dopo tre anni e mezzo di predicazione potente e di miracoli, Gesù mandò i suoi discepoli a Gerusalemme, da un uomo con questo messaggio: “Il maestro dice: il mio tempo è vicino, io farò la pasqua in casa tua con i discepoli” (Matteo 26.18).
Quando furono riuniti attorno al tavolo: “Egli disse loro: Io ho grandemente desiderato mangiare questa pasqua con voi, innanzi che io soffra, perché io vi dico che non ne mangerò più finche tutto sia compiuto nel regno di Dio” (Luca 22:15,16).
Millenni di profezia stavano per compiersi, l’Agnello di Dio doveva essere immolato, doveva “dare l’anima sua per sacrificio per la colpa” (Isaia 53:10); il fatto capitale nella storia del mondo, la redenzione dell’Universo dal peccato, stava per divenire una realtà.
Come per quattromila anni c’era stata la cerimonia profetica (l’uccisione dell’agnello) così, per le età future Gesù stabilisce una cerimonia simbolica di ricordanza: la Santa Cena. “Ora, mentre mangiavamo, Gesù, preso il pane, e fatta la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete, mangiate; questo è il mio corpo. Poi preso il calice, e rese le grazie, lo diede loro dicendo: Bevetene tutti. Perche questo è il mio sangue, che è il sangue del novo patto, il quale è sparso per molti in remissione dei peccati” (Matteo 26:26-28). “Fate questo in memoria di me” ( I Corinzi 11:25).
Una tradizione delle chiese cristiane ha voluto unire al nome di pasqua il ricordo della resurrezione di Gesù e fare di un dato giorno dell’anno una festa solenne.
Si è venuta così formando una terza pasqua, festa religiosa, non ordinata da Dio, e di cui non si trova nessuna traccia negli Evangeli, né in tutto il Nuovo Testamento.
L’apostolo Paolo indica come si celebra la Pasqua, la vera Pasqua, indipendentemente da ogni ricorrenza tradizionale. Ricordando come nella prima pasqua, quella israelitica, si mangiassero pani azzimi (senza lievito) egli dice: “Non sapete voi che un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta? Purificatevi del vecchio lievito, acciocché siate una nuova pasta, come già siete senza lievito. Poiché ancora la nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito nè con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità” (I Corinzi 5:6-8).
Quello che il Signore gradisce, non è il formalismo esteriore di un giorno di festa; ma, nella pratica della vita, la purezza del cuore, la giustizia e la verità.
Sospinta da robuste braccia, la navicella solca silenziosamente le acque del lago che, senza increspature e assolutamente inerti, sembrano riposarsi come un fanciullo quieto nella propria culla.
E’ notte e agli occhi dei discepoli , oltre le nubi, sorridono le stelle altissime accompagnandoli nel loro viaggio. Lui, il Maestro, li ha lasciati sulla riva.
Ma ora l’aria è divenuta più pungente, il vento impetuoso, le acque agitate, pazze. In mezzo al lago l’imbarcazione lotta contro le onde che, a guisa di cirri spumosi, infuriate ululando la fanno scricchiolare sinistramente nelle sue sconnessure.
Oh ! se almeno il Maestro fosse con loro… Una sola parola basterebbe, una sua parola e le acque si acquieterebbero ! Ma no, Egli è lontano e non può udire il loro grido, conoscere il loro bisogno.
Ad un tratto sul lago oscuro, squarciato selvaggiamente dai bagliori collerici della tempesta, fluttua una figura luminosa. Impauriti i discepoli gridano: “E’ un fantasma !”, ma la voce di Gesù li rassicura: “Coraggio, son io; non abbiate paura” (Evang. S. Matteo XIV.27).
Gesù è con loro, non è lontano dunque, e cammina sulle acque ! Essi attoniti lo guardano e il volto del Maestro appare come il cielo ambrato delle aurore d’estate.
Un subitaneo entusiasmo, una cieca fiducia si impadroniscono di Pietro. Si morde il labbro e dentro spasima: “Signore !” . Poi grida forte: “Signore, se sei tu, comandami di venire da Te, sulle acque” (Evang. S, Matteo XIV.29). Ed al comando di Cristo, senza esitazione, Pietro scende; miracolosamente non affonda, dirigendosi verso il Maestro.
Ma a pochi passi da Lui, forse impaurito per il muggito delle acque infuriate, forse inorridito del nero abisso sotto i suoi piedi, Pietro dubita, si arresta, sprofonda ! Disperato grida: “Signore, salvami”. Gesù, tendendogli la mano, lo afferra: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato ?” (Evang. San Matteo XIV.32). Poi, salito con Pietro sulla barca dei suoi, placa la tempesta.
E’ mattina, i discepoli scorgono ora la baia di Capernaum uscire a poco a poco come da un velo sul piedistallo cilestro e lucente del lago.
Quanti di noi, non hanno tremato per le burrasche oscure e terribili dell’anima ? Quanti fra noi, sono stati condotti come barche dell’Acheronte, in mezzo alla tempesta del santuario del proprio cuore ? Quanti come noi, non sono stati spazzati, sconvolti, risucchiati, abbattuti, sommersi, dal passaggio di biechi uragani, che lasciano il mare della nostra esistenza coperto dai rifiuti della distruzione e della morte. Quanti hanno conosciuto, poi, il silenzio stupefatto e maledetto della sciagura. Quanti come noi, quanti !
Eppure, proprio a costoro Gesù si presenta e dice: “Coraggio, Son io; non abbiate paura”.
Si ! Gesù può ancora, come ieri, sedare le tempeste, tutte le tempeste, purché tu creda e sappia riconoscere il suo invito. Egli non è il fantasma cupo che i discepoli credevano di vedere. No ! E’ il Salvatore, perché ben da vivo ha patito la morte vincendola. Egli non è il fantasma di un lago agitato, perché ben ti prende per mano e ti conduce sulla riva amica, al porto della vita. Egli non è il fantasma dei morti, ma l’Iddio Vivente, il Vittorioso e Vincente che dice: “Son IO; non abbiate paura !”.
Credi ! ed allora sentirai, come mano che ti sgravi dal peso, sciogliersi i nodi dell’oppressione. Credi ! perché chi crede il Lui finisce per vincere su chi ha smesso di credere. Proprio perché credere richiede sacrificio, pena, richiede fatica.
Allora non affonderai, come Pietro.
Ma se più forti di te sono le bufere, impara a gridare, come l’apostolo: “Signore, salvami” e il Signore ti salverà; perché Lui solo può dire quella parola che ridà all’uomo la pace e la felicità.
Impara anche tu a riguardare a Gesù. Perché guardando a Lui il ladrone morente
Sulla croce fu salvato e il Salmista liberato dalle sue ambasce. Guardando a Lui, Paolo e Sila, furono capaci di cantare le lodi di Dio nella prigione di Filippi e i Figli d’Israele ad attraversare il deserto. Guardando a Gesù, Stefano riuscì a sorridere e benedire, come un angelo, mentre le pietre lo colpivano a morte. Impara anche tu a riguardare al Cristo e il tuo nome sarà aggiunto a quello di costoro.
Impara a riguardarLo, impara ad invocarLo, perché se è vero che in noi c’è tanta angoscia, è altre sì vero che v’è una disperata richiesta di vivere.
“Signore, salvami !” Si, ma fa’ anche, o Dio, ora che quel Nome è divenuto il grido del nostro diritto, che sia anche e soprattutto quello della nostra ragion d’essere.
Dopo una lunga pausa eccoci ancora pronti ad aggiornare il sito della comunità. Scusate per questa interruzione forzata ma anzi, se pensate che si possa fare qualcosa per migliorare questo spazio, scrivete un commento ad uno dei post inseriti.
Qualunque siano le tue necessità, troverai prontamente una promessa nella Bibbia che le riguardi.
Sei debole e scoraggiato perchè il tuo cammino è duro e ti senti stanco?
Questa promessa fa per te:
“Lui dà la forza all’oppresso”
Quando leggi una promessa di questo tipo, rivolgiti al grande Consolatore, e chiedigli di adempiere alla Sua parola.
Stai cercando Cristo e sei desideroso di una comunione più stretta con Lui?
Questa promessa brilla come una stella sopra di te:
“Benedetti sono quelli che sono affamati e assetati di giustizia, poichè essi saranno soddisfatti”
Porta con te questa promessa, ogni giorno più stretta al tuo cuore.
Non supplicare nessun altro, ma rivolgiti a Dio ogni volta di più con questo testo:
“Signore, tu l’hai detto. Mantieni ciò che hai promesso”
Sei angosciato a causa del peccato, e appesantito dal fardello delle tue iniquità?
Ascolta queste parole:
“Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati”
Non hai alcun diritto di chiedere perchè Lui debba perdonarti, ma accetta le sue promesse ed egli le realizzerà.
Hai paura di non riuscire a resistere fino alla fine? Se questo è il tuo stato d’animo, lascia che agisca la grazia di quest’altra promessa:
“Se anche le montagne fossero smosse e le colline distrutte, il mio infallibile amore per te non vacillerà mai”
Fonda la tua fede nella Parola di Dio, e qualsiasi siano le tue paure o bisogni, vai alla Sua sorgente con la promessa del Padre tuo nelle tue mani, dicendo:
“Ricordati della tua Parola che hai rivolto al tuo servo”
Gli esseri umani sono incapaci di comprendere pienamente l’enorme sacrificio di Cristo nell’offire la Sua irreprensibile vita in cambio della nostra peccatrice e degradata esistenza. Neppure quando ci fermiamo a considerare questo incredibile regalo di vita eterna, i nostri cuori si meravigliano del grando costo che il Nostro Salvatore ha pagato per redimere ognuno di noi.
Quanto ha dovuto sopportare il Cuore del Padre nell’ascoltare il Suo prezioso Figlio implorare. Quanto, invece, sarebbe stato semplice per Cristo, dire: “Perdonami; Io cedo” e ritornare al fianco del Padre.
Pensa al dolore della separazione vissuta sia dal Padre che dal Figlio. Era quasi più di quello che il Figlio poteva sostenere, ma quest’ultimo sapeva che la salvezza dell’uomo si basava sul Suo sacrificio.
Un tale prezioso regalo non poteva essere messo da parte, rimandato indietro o rifiutato.
Così preghiamo l’uno per l’altro affinché ognuno di noi possa essere rivestito dello Spirito Santo.
Abbiate una buona giornata e continuate a confidare nel nostro Signore.
Salmo 119:49
“Ricorda la promessa fatta al tuo servo, con la quale mi hai dato speranza”
La cinciallegra chiese alla colomba:
” Quanto pesa un fiocco di neve?”
“Meno di niente” rispose la colomba.
La cinciallegra allora raccontò alla colomba:
“Riposavo sul ramo di un pino e cominciò una nevicata lieve, lieve,
come un sogno. Cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul ramo…
3.751.952…quando lentamente sfarfallò il 3.751.953esimo- meno di niente, come hai detto tu- il ramo si ruppe…”
Detto questo,la cinciallegra volò via..
La colomba, un’autorità in materia di pace dall’epoca di un certo Noè, rifletté un momento e poi disse: “Manca forse una sola persona perché tutto il mondo piombi nella pace?” ..Forse manchi solo tu…
Chi sono io? Chiese un giorno un giovane ad un anziano.
Sei quello che pensi, rispose l’anziano.
Te lo spiego con una piccola storia…..
“Un giorno, dalle mura di una citta’, verso il tramonto
si videro sulla linea dell’orizzonte due persone che si abbracciavano.
…Sono un papa’ e una mamma…
penso’ una bambina innocente.
…Sono due amanti…
penso’ un uomo dal cuore torbido.
…Sono due amici che s’incontrano dopo molti anni…
penso’ un uomo solo.
…Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare…
penso’ un uomo avido di denaro.
…E’ un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra…
penso’ una donna dall’anima tenera.
…E’ una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio…
penso’ un uomo addolorato per la morte di una figlia.
…Sono due innamorati…
penso’ una ragazza che sognava l’amore.
…Sono due uomini che lottano all’ultimo sangue…
penso’ un assassino.
…Chissa’ perche’ si abbracciano…
penso’ un uomo dal cuore asciutto.
…Che bello vedere due persone che si abbracciano…
penso’ un uomo di Dio.
Ogni pensiero, concluse l’anziano, rivela a te stesso quello che sei.
Esamina di frequente i tuoi pensieri:
ti possono dire molte piu’ cose su te di qualsiasi maestro.”
Sotto molti aspetti sembrava una classe elementare tipica e tradizionale.
Eppure qualcosa sembrava diverso quel giorno in cui vi entrai per la prima volta. Sembrava esserci una corrente sotterranea di agitazione.
Donna era una veterana dell’insegnamento, proveniente da una cittadina del Michigan, e le mancavano due anni per andare in pensione. Inoltre era una partecipante volontaria ad un progetto di sviluppo che io avevo organizzato e guidato. L’addestramento si concentrava su idee artistico-linguistiche che avrebbero consentito agli scolari di avere una buona opinione di sé e farsi carico della propria vita. Il compito di Donna era partecipare alle sedute di addestramento e applicare nella pratica i concetti presentati. Il mio compito era far visita alle classi e incoraggiare tale applicazione.
Mi sedetti su una sedia vuota in fondo all’aula e osservai. Tutti gli scolari erano impegnati in un compito, riempiendo un foglio di quaderno con pensieri e idee. La scolara di dieci anni vicino a me riempiva la pagina di “Non so.”
“Non so calciare il pallone in rete.”
“Non so fare le divisioni con i numeri di più di tre cifre”
“Non so piacere a Debbie.
La pagina era mezza piena e lei non dava segni di smettere. Proseguì con determinazione e costanza.
Percorsi tutta la fila guardando i fogli degli scolari. Tutti scrivevano frasi indicanti cose che non sapevano fare.
“Non so fare dieci flessioni.”
“Non so mandare la palla nel fuoricampo di sinistro.”
“Non so mangiare solo un biscotto.”
A questo punto l’attività mi incuriosì, per cui decisi di domandare all’insegnante cosa stesse succedendo. Avvicinandomi vidi che anche lei era impegnata a scrivere. Mi parve meglio non interromperla.
“Non so fare in modo che la madre di John venga a un colloquio con l’insegnate.”
“Non so obbligare mia figlia a fare benzina per l’auto.”
“Non so indurre Alan ad usare le parole anziché i pugni.”
Visto che erano vani i miei sforzi di stabilire perché scolari e insegnante si soffermassero sugli aspetti negativi anziché scrivere le frasi positive “io so”, ritornai al mio posto e proseguii le mie osservazioni. Gli scolari continuarono a scrivere per altri dieci minuti. Quasi tutti riempirono la pagina. Alcuni ne cominciarono un’altra.
“Finite quella dove siete e non cominciatene un’altra,” furono le istruzioni di Donna per segnalare la fine dell’esercizio. Agli scolari fu poi detto di piegare il foglio a metà e portarlo alla cattedra. Lì gli scolari misero le frasi “non so” in una scatola da scarpe vuota.
Raccolti tutti i fogli degli scolari, Donna vi aggiunse il suo. Pose il coperchio sulla scatola, se la mise sottobraccio e si diresse verso la porta e quindi verso l’atrio. Gli scolari seguirono l’insegnate. Io seguii gli scolari.
A metà dell’atrio la processione si fermò. Donna entrò nella stanza del custode, vi rovistò e ne uscì con un badile. Badile in una mano, scatola da scarpe nell’altra, Donna condusse gli scolari fuori dalla scuola fino all’angolo più lontano del campo giochi. Lì cominciarono a scavare. Stavano seppellendo i “Non so”! Lo scavo richiese più di dieci minuti perché quasi tutti gli scolari vollero scavare a turno. Quando la fossa raggiunse la profondità di un metro, lo scavo ebbe termine. La scatola dei “Non so” fu messa in posizione sul fondo della fossa e rapidamente coperta di terra.
I trentuno scolari di dieci e undici anni erano in circolo attorno alla tomba scavata di fresco. Ciascuno di loro aveva una pagina piena di “Non so” nella scatola da scarpe, un metro sottoterra. E così l’insegnante. A questo punto Donna annunciò: “Ragazzi e ragazze, per favore tenetevi per mano e chinate la testa e chinate la testa.” Gli scolari obbedirono. Rapidamente crearono un cerchio attorno alla tomba, formando una catena con le mani. Abbassarono la testa e aspettarono. Donna pronunciò il discorso funebre.
“Amici, siamo qui riuniti oggi per onorare la memoria di “Non so”. Quando era con noi sulla terra, ha toccato la vita di tutti, di alcuni più che di altri. Il suo nome, purtroppo, è stato pronunciato in ogni edificio pubblico, scuole, municipi, sedi di governo statale e sì, perfino alla Casa Bianca.
“Noi abbiamo fornito a “Non so” un luogo di riposo eterno e una lapide che ne presentava l’epitaffio. Lascia i fratelli e le sorelle “Posso”, “Voglio” e “Lo faccio adesso”. Non sono altrettanto noti del famoso perente e certo non sono ancora altrettanto forti e potenti. Forse un giorno, con il vostro aiuto, lasceranno un segno ancora maggiore nel mondo.
“Possa “Non so” riposare in pace e possa ognuno dei presenti continuare la propria vita in sua assenza. Amen.” Ascoltando il discorso funebre mi resi conto che questi scolari non avrebbero mai dimenticato questo giorno. L’esercizio era simbolico, una metafora della vita. Era un’esperienza per l’emisfero destro del cervello che sarebbe rimasta per sempre nella mente conscia e inconscia.
Scrivere i “Non so”, seppellirli e ascoltarne il discorso funebre: era un’ottima applicazione da parte dell’insegnante. E non era finita. Al termine del discorso funebre Donna rimise in fila gli scolari, li portò in classe e tenne una veglia funebre.
Celebrarono il decesso di “Non so” con biscotti, pop-corn e succhi di frutta. Nell’ambito della celebrazione, Donna ritagliò una grande lapide di carta da macellaio. Vi scrisse: “Qui giace Non so” e vi aggiunse la data. La lapide di carta rimase appesa nell’aula per il resto dell’anno. In quelle rare occasioni in cui uno scolaro se ne dimenticava e diceva “Non so”, Donna semplicemente indicava la lapide. Lo scolaro allora si ricordava che “Non so” era morto e riformulava la sua affermazione.
Io non ero un allievo di Donna. Lei era una mia allieva. Eppure quel giorno imparai da lei una lezione duratura. Adesso, dopo anni, ogni volta che sento l’espressione “Non so” rivedo il funerale di quella quarta elementare. Come gli scolari, mi ricordo che “Non so” è morto.

Una donna chiese ad un collega: “Cosa è per te essere Cristiano?”
Il collega rispondendo, disse: “E’ come essere una zucca. Dio ti raccoglie da terra, ti porta da Lui, lava tutto lo sporco che hai addosso. Quindi la apre dall’alto e rimuove tutte le schifezze che ci sono dentro. Toglie i semi del dubbio, dell’odio, dell’avidità, ecc., quindi ne ricava un nuovo viso sorridente e mette all’interno la Sua luce, così che tutto il mondo possa vederla.”
Ecco una riflessione sull’esistenza di Dio, sulla filosofia e la scienza.
Lasciate un commento su cosa ne pensate a riguardo.
Il professore di filosofia e ateo si mise davanti la sua classe e chiese ad uno dei suoi nuovi studenti di alzarsi.
“Tu sei cristiano?”
“Sì, lo sono.”, rispose lo studente
“Quindi credi in Dio?”
“Assolutamente.”
“Dio è buono?”
“Sicuro! Dio è buono.”
“E’ Dio potente? Può fare ogni cosa?”
“Si”
“Tu sei buono o cattivo?”
“La Bibbia dice che io sono malvagio.”
Il professore sogghignò. “Aha! La Bibbia!” Considerando la cosa per un momento. “Ho una domanda per te. Diciamo che ci sia una persona malata qui sopra e tu puoi curarla. Sai di poterlo fare. L’aiuteresti? Ci proveresti?”
“Si professore, lo farei.”
“Allora sei buono… !”
“Non intendevo questo.”
“Ma non hai detto questo? Tu aiuteresti e guariresti una persona se potessi. Molti di noi lo farebbero se potessero. Ma Dio non lo fa.”
Lo studente non rispose, così il professore continuò. “Lui non lo fa, non è vero? Mio fratello era un Cristiano che morì di cancro, sebbene lui pregò Gesù di guarirlo. Come può essere buono Gesù? Puoi rispondere a questo?”
Lo studente rimase in silenzio.
“No, non puoi, non è vero?” Prese un bicchiere d’acqua dal suo tavolo per dare allo studente il tempo di rilassarsi.
“Ripartiamo daccapo. Dio è buono?”
“… Si” rispose lo studente.
“Satana è buono?”
Lo studente non esitò un istante su questo. “No!”
“Allora da dove viene Satana?”
Lo studente vacillò. “Da.. Dio…”
“Giusto. Dio creò Satana, non è vero? E Dio fece ogni cosa correttamente?”
“Sì”
“Così chi ha creato il maligno?”
Ancora, lo studente non diede risposta.
“C’è malattia? Immoralità? Odio? Degrado? Tutte queste terribili cose, esistono nel mondo?”
Lo studente sulle spine rispose “Sì”
“Così chi li ha creati?”
Lo studente non rispose ancora, così il professore ripeté la domanda, “Chi ha creato queste cose?”
Non ci fu ancora risposta. All’improvviso il professore si allontanò bruscamente per mettersi di fronte a tutta la classe. Gli studenti apparivano come ipnotizzati.
“Dimmi, ” continuò. “Credi in Gesù, figliuolo?”
La voce dello studente tentennante si ruppe dicendo: “Sì, professore. Ci credo.”
Il vecchio uomo si fermò di passeggiare per l’aula. “La Scienza dice che tu hai cinque sensi per identificare e osservare il mondo intorno a te. Hai mai visto Gesù?”
“No signore. Non l’ho mai visto”
“Allora dicci, hai mai sentito il tuo Gesù?”
“No signore, mai.”
“Hai mai toccato, assaggiato o odorato il tuo Gesù? Hai mai avuto una percezione tattile di Lui, o di Dio a riguardo?”
“No signore, ho paura di no”
“Però ancora credi in Lui?”
“Sì”
“Secondo le regole empiriche, verificabili, secondo i protocolli dimostrabili, la scienza dice che il tuo Dio non esiste. Cosa dici a riguardo figliuolo?”
“Niente,” lo studente replicò. “Ho soltanto la mia fede.”
“Si, la fede,” il professore ripeté. “E questo è il problema che la scienza ha con Dio. Non c’è evidenza, solo fede.”
Lo studente si fermò un istante in silenzio, poi pose una domanda a sua volta.
“Professore, esiste qualcosa che si chiama ‘caldo’?”
“Si,” replicò il professore. “Esiste il caldo.”
“Ed esiste qualcosa che si chiama ‘freddo’?”
“Sì figliuolo, esiste.”
“No signore, non esiste.”
Il professore si voltò verso il ragazzo, molto interessato. La classe diventò decisamente silenziosa.
Lo studente iniziò a spiegare.
“Lei può trovare qualcosa che sia caldo, persino molto caldo, super caldo o un calore bianco, oppure poco calore e persino assenza di calore, ma non può trovare nulla che possa essere chiamato ‘freddo’. Noi possiamo raggiungere i 273,15 °C sotto lo zero, che non è caldo, ma non possiamo andare oltre questo. Non esiste una cosa chiamata ‘freddo’; altrimenti saremmo capaci di andare al di sotto di -273,15°C. Vede, signore, il freddo è solo una parola che noi usiamo per descrivere l’assenza di calore. Noi non possiamo misurare il freddo. Il calore possiamo misurarlo in unità termiche perchè il calore è energia. Il freddo non è l’opposto del calore, signore, è la sua totale assenza.”
Il silenzio calò nuovamente sulla classe. Una penna cadde da qualche parte nella stanza, suonando come un martello, tanto era il silenzio che si era creato.
“E il buio, professore. C’è qualcosa che sia buio, scuro?”
“Si,” replicò il professore senza esitazione. “Cosa sarebbe la notte se non fosse scura?”
“Lei è ancora in errore, signore. L’oscurità non è una cosa; essa è l’assenza di qualcos’altro. Le può avere una flebile luce, una luce normale, una forte luce, una luce accecante… ma se non ha luce, lei non ha nulla e questa è chiamata oscurità, non è vero? Questo è il concetto che usiamo per definire la parola. In realtà, l’oscurità non esiste. Se esistesse, lei sarebbe capace di rendere l’oscurità ancora più scura, non ne sarebbe capace?”
Il professore cominciò a sorridere di fronte allo studente, questo sarà un bel semestre.
“Così qual’è il punto, giovane uomo?”
“Sì professore, il punto è che la sua premessa filosofica iniziale ha una falla già in partenza e così anche la conclusione.”
Il viso del professore non poteva nascondere la sorpresa questa volta. “Falla? Puoi spiegarmi come?”
“Lei sta lavorando sulla premessa della dualità,” il ragazzo spiegava. “Lei argomentava che esiste la vita ed esiste la morte; un buon Dio e un cattivo Dio. Lei sta vedendo il concetto di Dio come qualcosa di finito, qualcosa che può misurare. Signore, la scienza non può neppure spiegare il pensiero. Usa l’elettricità e il magnetismo, ma non li ha mai visti, benché meno completamente compresi entrambi. Vedere la morte come l’opposto della vita significa essere ignari del fatto che la morte non può esistere come una cosa a sé. La morte non è l’opposto della vita, è l’assenza di questa. Ora mi dica, professore. Lei insegna ai suoi studenti che loro si sono evoluti dalla scimmia?”
“Se ti stai riferendo al naturale processo di evoluzione, ragazzo, sì, sicuramente lo faccio.”
“Ha mai osservato l’evoluzione con i suoi stessi occhi, signore?”
Il professore iniziò a scuotere la testa, seppur sempre sorridendo, quando realizzò dove stesse andando a finire l’argomento. Un vero bel semestre si prospettava.
“Sebbene nessuno abbia osservato il processo evolutivo e non può provare che questo processo sia ancora in corso, lei non insegna questa opinione, signore? Lei non è uno scienziato, però un predicatore di questa teoria.”
La classe era in tumulto. Lo studente rimase in silenzio finché la confusione non cessò.
“Per arrivare al punto che facevo prima, mi permette di farle un esempio di ciò che intendo?”
Lo studente si rivolse a tutta la classe.
“C’è qualcuno nella classe che abbia mai visto il cervello del professore?”
La classe scoppiò a ridere.
“C’è qualcuno che abbia mai sentito il cervello del professore, toccato, annusato, il suo cervello? Nessuno. Così, secondo le regole empiriche, verificabili, secondo i protocolli dimostrabili, la scienza dice che lei non ha un cervello, con tutto il dovuto rispetto, signore.”
“Così, se la scienza dice che lei non ha un cervello, come possiamo credere ai suoi libri, signore?”
Ora la classe era nel totale silenzio. Il professore, fissò lo studente, la sua espressione totalmente incomprensibile.
Alla fine, dopo un momento che sembrò un’eternità, il professore disse. “Penso che lei debba crederci per fede.”
Con le prove cresciamo più forti nella fede.
Con la fede, ci muoviamo più vicini a Dio
Con Dio, possiamo fare ogni cosa.
Conserva la fede!
John andò dal barbiere per tagliarsi i capelli e radersi il viso. Appena il barbiere cominciò il suo lavoro, iniziarono una buona conversazione. Parlarono di tante cose e vari argomenti.
Quando però ad un certo punto toccarono un argomento su Dio, il barbiere sbottò: “Non credo che Dio esista!”
John chiese come mai dicesse questo.
E il barbiere rispose: “Basta andare fuori nella strada per realizzare che Dio non esiste. Dimmi, se Dio esistesse, ci sarebbero così tante persone malate? Bambini abbandonati? Se Dio esistesse, non ci sarebbe né sofferenza, né dolore. Non posso immaginare di amare un Dio che permette queste cose.”
John pensò per un momento a ciò che il barbiere disse, ma preferì non rispondere perchè non voleva creare una discussione.
Il barbiere finì il suo lavoro e John lasciò il locale.
Appena uscito in strada, vide un uomo con lunghi e sporchi capelli, una barba incolta da settimane ormai. Sembrava sporco e non curato.
John, quindi, tornò indietro al negozio del barbiere e gli disse: “Sai una cosa? I barbieri non esistono!”
“Come puoi dire una cosa del genere?” rispose sorpreso il barbiere. “Io sono qui e sono un barbiere e ho appena lavorato per te!”
“No!” esclamò John. “I barbieri non esistono perchè se esistessero, non ci sarebbero persone con lunghi capelli e barbe incolte, come l’uomo là fuori.”
“Ah, ma i barbieri esistono!! Ciò che succede è che la gente non viene da me!”
“Esatto!” – affermò John. “E’ questo il punto! Dio esiste! Ciò che succede è che la gente non va da Lui e non lo cerca. Ecco perchè c’è così tanto dolore e sofferenza nel mondo.”
